
Sono salite a 22.500 le vittime accertate del tifone Nargis, che ha devastato la Birmania lo scorso fine settimana. Un quarto del Paese è stato colpito dal tifone, che è passato anche per l'ex capitale Yangon, la zona più densamente popolata del Myanmar.
I dispersi sono circa 41.000, i senzatetto un milione di persone. Le devastazioni sono state provocate principalmente dall'onda d'acqua alta 3 metri e mezzo che il tifone ha sollevato nel delta del fiume Irrawaddy. Per la gente non c'è stato scampo.
Ma il regime militare ha continuato fino a poche ore fa a mantenere sigillati i confini e gli operatori delle organizzazioni umanitarie internazionali sono fermi a Bangkok, in attesa del visto per entrare in Birmania. Da poco la portavoce dell'agenzia per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha), Elisabeth Byrs, ha annunciato una prima svolta: la giunta avrebbe permesso l'ingresso di un primo aereo carico di aiuti Onu.
Sono molti i governi che hanno offerto aiuti per le popolazioni delle zone disastrate: anche gli Stati Uniti hanno messo a disposizione 250.000 dollari, interrompendo un embargo che dura ormai da anni. Ma i responsabili degli aiuti, governativi e non, non sono disposti a recapitare fondi e materiale senza controllarne la destinazione. Il timore è che la giunta militare si appropri dei fondi anzichè utilizzarli per alleviare i disagi della popolazione.
Intanto si viene a sapere che il dipartimento metereologico indiano aveva avvertito Yangon dell'arrivo del tifone con 48 ore di anticipo. Ma come nel caso dello tsunami del 2004 l'avvertimento non è servito a nulla.
Neppure stavolta la catastrofe annunciata è stata evitata.
Secondo Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, il Sud Est asiatico è senz'altro un'area priva degli strumenti per affrontare emergenze di questo genere. Ma il problema non è solo questo.
In campo metereologico si potrebbe fare molto di più per la previsione di catastrofi simili.
Mettere in rete i principali enti di geofisica del mondo sarebbe la prima cosa da fare per ottenere un sistema d'allerta più rapido. Ma lo spazio non è libero: è il regno di poteri statali militari ed economici, che non hanno nessun interesse a permettere che un occhio pubblico monitori quello che accade nell'atmosfera e oltre.
Già solo con i satelliti esistenti si potrebbe fare molto per prevedere le catastrofi naturali, ma resta ancora aperto il problema di far arrivare in tempi brevissimi il segnale d'allarme ai diretti interessati, anche nei luoghi più remoti, e di organizzare l'evacuazione.
Anche nel caso dello tsunami del 2004 si era visto che nei Paesi con le migliori politiche di gestione del rischio, monitoraggio meteo ed educazione alle emergenze le vittime dell'onda anomala erano state molte di meno, grazie all'efficente e rapida evacuazione di enormi masse di persone.
mercoledì 7 maggio 2008
Birmania, più di 20.000 i morti
lunedì 5 maggio 2008
Birmania, il ciclone Nargis fa 4000 morti
È passato per il Myanmar sabato, ma la tv di stato ha dato la notizia solo oggi.
Il ciclone Nargis, che ha causato finora quasi 4000 morti e migliaia di dispersi, si è abbattuto sulla Birmania a 241 chilometri orari, distruggendo tutto quello che ha trovato lungo la sua strada. Fino a raggiungere l'ex capitale, Yangon, la cui popolazione supera i sei milioni e mezzo di persone.
Sono centinaia di migliaia le persone rimaste senza casa, nelle zone colpite dal ciclone manca completamente l'acqua potabile e al mercato nero i prezzi sono già saliti alle stelle. Le candele sono completamente scomparse, a riprova della scarsa fiducia della popolazione in un rapido ritorno dell'elettricità e degli altri servizi primari.
La giunta militare, che governa la Birmania da ormai 46 anni, pare aver dato un cauto benestare all'invio di aiuti da parte dell'Onu e degli stati vicini.
L'India ha già preparato due navi cariche di cibo, vestiti, coperte e materiali sanitari da spedire in Myanmar. Sono stati promessi aiuti anche dall'Ue, dalla Thailandia, da Singapore, dal Giappone.
Arriveranno anche gli aiuti statunitensi, ma con un escamotage che permetterà agli americani di non perdere la faccia nel confronto col regime birmano: il Myanmar è soggetto a sanzioni durissime da parte Usa, perciò i fondi d'aiuto giungeranno attraverso il World Food Program e altre organizzazioni umanitarie.
Si stima che il numero di morti dichiarati sia destinato a salire ancora: le organizzazioni internazionali parlano addirittura di un bilancio finale di 10.000 vittime.
Nonostante lo stato d'emergenza, che coinvolge 24 milioni di persone, la giunta militare non ha intenzione di cambiare i propri piani.
Il 10 maggio aveva indetto un referendum per l'approvazione di una nuova costituzione redatta dalla giunta stessa, sempre in chiave autoritaria, anche se con qualche concessione a un non lontano futuro multipartitico.
Non sarà un ciclone a cambiare i piani governativi, i militari l'hanno fatto capire chiaramente. Attirandosi, com'era ovvio, le critiche degli oppositori del regime così come degli osservatori internazionali, che vorrebbero che in questo momento le priorità fossero altre.
(L'immagine pubblicata è di proprietà di Hla Hla Htay/France-Presse — Getty Images)