Continua a salire il bilancio delle vittime del terremoto nel Sichuan. L'agenzia di stampa cinese parla nel suo ultimo dispaccio di 55.740 morti, 292.481 feriti e 24.960 dispersi.
Riporta nel dettaglio i movimenti delle squadre di soccorso inviate dal governo cinese e dedica ampio spazio anche ai soccorritori stranieri (ci sono anche gli italiani).
I cinesi, in patria ma anche all'estero, stanno incollati alla televisione, che si muove con libertà illimitata nelle zone colpite dal sisma e racconta le storie di quelli che sono stati estratti dalle macerie e di quelli che non ce l'hanno fatta. Una copertura mediatica così accurata di una tragedia accaduta in madrepatria i cinesi non l'hanno mai avuta.
L'ultimo terremoto devastante, che ha colpito il Tangshan nel 1976, è stato argomento tabù per la stampa per decenni. Instillando nell'opinione pubblica, e non solo in quella straniera, il dubbio che il governo di Pechino non avesse risposto adeguatamente all'emergenza, fa notare Francesco Sisci nel suo blog.
Che aggiunge che, a vederla cinicamente, Hu Jintao nel suo rapporto con i media è stato molto più bravo dei suoi predecessori maoisti, che non sopravvissero all'oscuramento della tragedia del Tangshan.
La pressoché completa libertà concessa alla stampa, che sta permettendo una copertura televisiva quasi totale delle operazioni di soccorso, fa osservare ancora Sisci, non può che giovare al governo cinese, che può così dimostrare in diretta tv tutti gli sforzi compiuti per aiutare la popolazione a risollevarsi dalla tragedia.
A volere essere ancora più cinici, c'è da osservare che mentre Hu nel caso del Sichuan ha "usato" intelligentemente i media, non ha fatto altrettanto nel caso tibetano.
Vietare l'accesso ai giornalisti è sempre il sistema migliore per far capire a chiunque che qualche scheletro nell'armadio lo si ha.
L'unico corrispondente estero (dell'Economist) che si trovava in Tibet al momento delle proteste ha fornito una versione ben diversa dell'accaduto rispetto a quanto l'opinione pubblica occidentale mediamente si immagina. Ha visto monaci (autentici o no, avevano il capo rasato e indossavano le tipiche tuniche) che distruggevano vetrine di negozi han, ha visto sciarpe tibetane appese sull'uscio delle case, come a dire "qui niente saccheggi e devastazione".
Senza immagini a disposizione, dopo che il governo cinese ha vietato l'accesso in Tibet alla stampa straniera e controllato la propria, il mondo occidentale ha dovuto supplire alla mancanza di informazioni con l'immaginazione. I risultati di questa operazione Hu non li aveva minimamente previsti: la fiaccola olimpica che non trova pace, inseguita dovunque da attivisti, tibetani in esilio e pure qualche attore hollywoodiano. C'e' perfino qualche capo di stato che annuncia che per protesta non si presenterà alla cerimonia d'apertura dei Giochi.
Con la diretta tv del suo intervento nel Sichuan, invece, il governo non solo si è rifatto l'immagine, ma ha ottenuto anche un altro risultato, tutto sommato imprevisto.
Ha "riunificato" la Cina.
Tutto il Paese, tutte le fabbriche, da nord a sud, da est a ovest, si sono fermate per alcuni minuti per ricordare che si tratta di una tragedia collettiva.
E tutta la Cina si è riunita e continua a riunirsi davanti al televisore. Tutta, anche quella che dal terremoto non è stata minimamente toccata. Anche i cinesi emigrati all'estero, che dall'Italia come dal Congo si sintonizzano appena possono sulle frequenze satellitari della televisione di stato, CCTV.
Un ragazzino cinese, da poco in Italia, a scuola si lamenta perché non può guardare i soliti telefilm alla tv. "I miei genitori non fanno che guardare i reportage dal Sichuan". Gli chiedo se ha parenti o amici che sono rimasti coinvolti nei crolli. Mi dice che loro non conoscono nessuno che abiti nel Sichuan.
Il potere unificante che la tragedia ha da sempre, sommato all'altrettanto unificante potere del mezzo televisivo, ha ricompattato ulteriormente i cinesi. Anche se chissà se ne avevano davvero bisogno.
venerdì 23 maggio 2008
Terremoto, tutta la Cina davanti al televisore
mercoledì 14 maggio 2008
Cina, quasi 15.000 i morti

Sono salite a quasi 15.000 le vittime del terremoto che ha colpito la regione del Sichuan in Cina.
Più di 50.000 soldati e paramilitari sono stati inviati nelle zone disastrate, ma le persone ancora sepolte sotto le macerie sono migliaia.
Nella mappa qui sopra, pubblicata dal New York Times, la geografia del disastro.
lunedì 12 maggio 2008
Terremoto in Cina, 9000 morti
La furia degli elementi non dà tregua all'Asia.
Pochi giorni dopo il ciclone Nargis, che ha messo in ginocchio la Birmania, è la Cina a dover fare i conti con una catastrofe di dimensioni inaudite.
Un terremoto di magnitudo 7,8 gradi della scala Richter ha colpito duramente la Regione del Sichuan, nel sud-est della Cina.
L'epicentro del terremoto è stato a soli 100 km dalla capitale Chengdu, che conta circa 10 milioni di abitanti. Oltre alle case, sono crollate otto scuole della regione: soltanto in quella della città di Dujiangyan, un edificio a tre piani, sono rimasti sepolti 900 studenti.
Anche gli ospedali non sono stati risparmiati. E neppure due impianti chimici della regione, sotto i quali sono rimasti sepolti centinaia di operai e che hanno rilasciato sostanze altamente corrosive nell'area circostante.
Il governo ha agito immediatamente per portare soccorso nei territori colpiti dal sisma, mobilitando migliaia di soldati e paramilitari, ma molte vie di comunicazione sono rimaste bloccate a causa dei crolli di edifici e ponti e vi sono zone tuttora irraggiungibili.
In Cina non si vedevano terremoti così disastrosi da 30 anni: il sisma è stato avvertito in tutto il paese, perfino a Bangkok gli edifici hanno tremato. E le scosse di assestamento sono state oltre 300.
Oltre ai danni immediati, è probabile vi saranno anche quelli di lungo periodo. Perché la regione del Sichuan è una delle aree più fertili di tutta la Cina, ma la sua produzione agricola si basa su un sistema di irrigazione che il sisma ha danneggiato irrimediabilmente.
La mazzata all'agricoltura del Sichuan potrebbe provocare gravi ripercussioni economiche in tutto il paese. Il tasso d'inflazione, mai così alto da 12 anni a questa parte, potrebbe crescere ancora a danno dei consumatori cinesi.
(Immagine Reuters)
mercoledì 23 aprile 2008
La Cina cambia idea sulla tutela dei marchi
In Cina inizia una nuova era.
Due settimane fa la Corte suprema di Pechino ha dato ragione alla Ferrero, che aveva denunciato per plagio dei suoi famosi cioccolatini la cinese Montresor.
La settimana scorsa è stata la volta di Gucci, che ha vinto una causa contro la cinese Senda, accusata di produrre sandali con il falso logo della maison del lusso italiana.
Anche le major americane dell'intrattenimento sono ora più tutelate dal saccheggio intellettuale, grazie a un accordo firmato dai sette principali siti web cinesi che impiegano il loro materiale, accordo in cui si impegnano a ridurre la pirateria di musica e film online.
In questi giorni, a indicare il cambiamento di clima, Pechino ha addirittura lanciato la "settimana della proprietà intellettuale", iniziativa che farà tappa in varie città cinesi allo scopo di sensibilizzare le autorità e le imprese sul problema della violazione del copyright.
La svolta di Pechino, perché di vera e propria svolta si tratta, anche se non annunciata era comunque prevedibile.
La Tigre che cresce non ha più bisogno di copiare, o ne avrà bisogno ancora per poco. Ha invece la necessità di tutelare i "suoi" nuovi marchi, perché a rischio ci sono colossi come Lenovo-Ibm, passata in mani cinesi.
Dopo la fase della pirateria e delle copie selvagge, così come è successo al Giappone, anche l'industria cinese si sta fisiologicamente evolvendo verso la completa indipendenza intellettuale da Europa e America e diventa di anno in anno più innovativa e creativa.
Basti pensare che la Cina è prima al mondo per registrazione di nuovi marchi, con 708.000 applicazioni a fine 2007.
Presto europei e americani dovranno togliersi dalla testa l'idea di una nazione che copia le idee altrui e le produce a costi ridicoli, perché la situazione potrebbe ribaltarsi nel giro di pochi anni.
Potrebbero essere gli europei a prendere a prestito invenzioni cinesi.
Quando succederà, penseremo con nostalgia alle vittorie di Mr Ferrero e Gucci.
E la lotta della catena di hotel inglese "Ritz" contro la cinese "Rits" ci riporterà indietro nel tempo, a quando i cinesi ancora copiavano dal vecchio continente.
sabato 22 marzo 2008
Gli amici del Dalai Lama

Sempre di meno. La lista degli amici del Dalai Lama si riduce sempre piu'. Anzi, forse di amici veri gliene rimane soltanto uno, Richard Gere.
L'aveva gia' capito durante la scorsa visita in Europa che la sua compagnia era diventata imbarazzante. Con una scusa o con un'altra era stato liquidato alla bell'e meglio da tutti i rappresentanti di governo della Ue, eccetto che da quel buon cuore della Merkel.
In Italia l'aveva incontrato la Moratti, avendo cura di nasconderlo fra altri Premi Nobel, e Beppe Grillo.
Anche dopo la rivolta repressa nel sangue, nonostante tutta la solidarieta' espressa, il Dalai Lama e' solo. I tibetani sono soli. Boicottare le olimpiadi non porterebbe a nulla - dice quasi tutto il mondo. Con la Cina non si scherza.
Durante la Via Crucis il Papa parla di "fratelli perseguitati", ma la Cina preferisce non nominarla. Non puo' permetterselo, con la Cina tutti hanno trattative in corso. Anche il Papa. Che sta tentando il riavvicinamento con Pechino per sistemare la situazione della chiesa cattolica romana, che in Cina e' clandestina e non ha finora avuto vita facile.
Ma ieri c'e' stata la svolta: a parlare con il Dalai Lama e' andata Nancy Pelosi, speaker della Camera statunitense. "Riconosciamo la sofferenza del popolo tibetano fuori e dentro il Tibet", ha detto. E ha osato anche parlare dell'"oppressione cinese in Tibet". Addirittura, ha proposto un'indagine internazionale indipendente per scoprire le vere cause delle violenze sul tetto del mondo.
Ma poi anche Nancy ha deluso: "La nostra delegazione proporra' una risoluzione per un'inchiesta che assicuri l'assoluta mancanza di ogni legame tra il Dalai Lama e le violenze in Tibet".
Se e' questa la cosa piu' importante da accertare, povero Dalai Lama, gli rimane davvero solo Richard Gere.